Adam Hendrix: “WSOP, un sogno che coltivavo da bambino. E con Kassouf? Ho voluto rispondere colpo su colpo”
Dopo un 2024 memorabile, culminato con la vittoria al WPT Championship per 629.000$, Adam Hendrix ha scritto un’altra pagina importante della sua carriera chiudendo al sesto posto nel Main Event WSOP, portando a casa 1.900.000 dollari. Soprannominato The Iceman, Hendrix si è raccontato in un’intervista esclusiva concessa a Craig Tapscott per PokerOrg, rivelando dettagli del suo approccio mentale, lo scontro con Will Kassouf e le emozioni di un percorso tanto epico quanto personale.
“Al Main mi sembrava di impazzire ogni minuto”
“A un certo punto ero seduto lì ed ero ottavo in chip. Assurdo. Era surreale. Mi sembrava di impazzire ogni momento.”
Con queste parole Hendrix descrive l’intensità del suo deep run nel torneo più prestigioso al mondo. La consapevolezza cresceva mano a mano che i livelli passavano e il field si assottigliava, fino alla realizzazione: era davvero tra i finalisti del WSOP Main Event.
Nessun cambiamento radicale, solo più controllo mentale
Alla domanda sui progressi del suo gioco, Hendrix risponde con lucidità:
“Non è cambiato nulla di fondamentale nel mio stile. Forse l’unica cosa è che oggi cerco di mettermi meno pressione addosso.”
Un tempo troppo legato ai risultati, oggi Hendrix affronta ogni torneo come parte di un ciclo:
“Quando perdo un torneo, faccio un respiro e passo al prossimo. Non è facile, ma è fondamentale per sopravvivere in questo gioco.”
Stretching, aria fresca e niente telefono: la sua routine mentale
Durante i momenti difficili al tavolo, Hendrix ha imparato a interrompere il loop mentale:
“Mi alzo, faccio stretching. Mi guardo intorno. Parlo con qualcuno. Meglio che stare piegato sul telefono a rimuginare.”
Una strategia tanto semplice quanto efficace per restare lucidi in un ambiente carico di pressione.
“Con Kassouf volevo restituirgliele tutte”
Una delle fasi più discusse del torneo è stato il confronto al tavolo con Will Kassouf, noto per il suo “speech play” provocatorio.
“Volevo restituirgliele tutte. Capivo che era nervoso, sudava. Ho pensato: ok, lo reggo mentalmente.”
Kassouf, noto per i suoi tempi lunghissimi e i monologhi continui, ha reso il tavolo “più fastidioso che strategico” secondo Hendrix:
“Ogni mano con lui dura almeno 15 secondi. Ma più parlava, più capivo cosa avesse in mano.”
“I media danno troppo spazio alle polemiche”
Hendrix riflette anche sul ruolo della comunicazione:
“Purtroppo nel poker fanno notizia solo gli scandali. Nessuno celebra chi vince per davvero, come Mizrachi o altri campioni.”
E sulla necessità di regole più chiare dai grandi operatori:
“Alcuni giocatori problematici dovrebbero ricevere avvisi già quando si registrano. Sarebbe un deterrente utile.”
Strategia al final table? Tight-aggressiva, con un occhio su Mizrachi
In vista del tavolo finale, Hendrix e il suo team avevano analizzato i pattern degli avversari:
“Sapevo che Mizrachi apriva largo, e altri erano un po’ casuali nelle 3-bet. Volevo giocare tight, ma se avessi trovato Mizrachi al cutoff, sarei stato più aggressivo del solito.”
Alla fine, quella specifica situazione non si è verificata, ma l’approccio “ready to adapt” ha dato i suoi frutti.
“Da bambino guardavo il Main su ESPN. Ora ci sono io”
“Continuavo a pizzicarmi. Da 1.300 rimasti a 800, poi 230. Era tutto così incredibile.”
L’ingresso tra i November Nine (ora finalisti WSOP) ha chiuso il cerchio di un sogno coltivato da bambino in Alaska:
“Guardavo il tavolo finale su ESPN, ed eccomi lì. Uno dei miei sogni d’infanzia diventato realtà.”
✅ Nota di copyright
Intervista originale a cura di Craig Tapscott per PokerOrg. Tutti i diritti riservati.
Fonte: Poker.Org
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